Quando
osservo un oggetto composto da molti particolari mi rendo
conto di non essere in grado di affermare con certezza che lo
sto osservando. Se osservo una siepe non sono consapevole di
tutte le foglie che la compongono; dovrei osservarle ad una ad
una per avere la sensazione interiore di vedere il “tutto” in
questione. Attribuisco l'esistenza a qualcosa che non sono in
grado di vedere né tanto meno di analizzare. Se riuscissi ad
osservare ogni foglia, alla fine la siepe sarebbe diversa,
perché nel frattempo qualcuna di esse sarebbe caduta ed altre
spuntate. Anche se mi sforzassi oltre i miei limiti visivi, non
potrei affermare l'esistenza di quella siepe. Deduco che posso
attribuire l'esistenza ad un soggetto generale, ma non ai
particolari che lo compongono. Se decidessi di attribuire
l'esistenza ad un soggetto complesso come Dio, potrei utilizzare
la stessa prassi visiva? Il soggetto in questione richiede una
prassi sensoriale diversa? Dio é un soggetto generale composto
da infiniti soggetti particolari. Se utilizzo la prassi visiva
non posso assolutamente attribuirgli alcun tipo di esistenza,
posso solo osservare i particolari che lo compongono e
concentrarmi su di essi, ma ovviamente fino ad un certo punto,
perché anche la siepe é un particolare che lo compone. Fin qui
ho camminato con le mie gambe, ma potrei fare l'autostop
intellettuale scroccando un passaggio a qualche idea circolante,
tipo:”Dio è un atto di fede”.La fede è una esperienza di vita non vissuta! Per avere fede in qualcosa, occorre conoscere il soggetto corrispondente: come posso conoscere un soggetto formato da infiniti particolari parzialmente osservabili? Queste considerazioni possono essere utili a coloro che applicano l'antropomorfismo al concetto di divinità. |
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