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Giacomo Leopardi
Anni fa, rovistando nella
mia mini-biblioteca alla ricerca di un libro, incappai in Leopardi, canti, (Lucio
Felici, Perugia, 1981, Newton Compton editori). Lo lessi. Fra le righe del poeta,
narrata con una mirabile sintesi, riconobbi i tratti di un’esperienza
esistenziale da me esperita anni prima e che ebbe un impatto radicale sulla
mia vita.
Decisi di leggere qualsiasi
cosa fosse reperibile su Leopardi, ma con un rapido calcolo mi resi conto che
due o tre vite non sarebbero bastate per farlo; il numero dei testi a lui dedicato
è sconfinato così come lo è il volume delle sue opere.
Convogliai allora la mia attenzione sui Canti e sul Ciclo di Aspasia per avere
conferma della mia intuizione.
Scoprii un poeta inedito
e insospettato, e un Maestro spirituale.
Nella cultura occidentale
i riferimenti culturali ai Maestri spirituali sono rari. Persino George Ivanovitch
Gurdjeff – forse il Maestro spirituale dell’ultimo secolo più
conosciuto in Occidente grazie alla voluminosa produzione letteraria di Piotr
Demianovich Ouspensky, suo discepolo per otto anni – benché nato
ad Alessandropoli, nell’area sud-transcaucasica della Russia, e benché
abbia vissuto in diversi Paesi del medioriente e per lunghi anni in Francia,
è considerato più un orientale che un occidentale.
Ciò nonostante,
io ritengo possibile affermare che anche l’Occidente ha avuto i suoi grandi
Maestri, benché rimasti sconosciuti ai più. Maestri spirituali
insospettati, come a parer mio lo fu Petrarca e come ho scoperto che lo fu Leopardi.
Il Maestro è un
uomo che vive l’esperienza del Samadhi, stato d’Illuminazione spirituale
permanente che genera un magnetismo straordinario avvertito da tutti coloro
con i quali egli viene in contatto. Il Samadhi è la conoscenza diretta
e permanente delle cause e degli effetti, la consapevolezza del proprio esistere
e il perdurare in questo stato di allocoscienza.
Arrivare a questo stato
interiore, diventare un Maestro, un Illuminato, è una possibilità
insita nella natura umana. È lo stato verso cui tutti tendiamo; è
lo stato che la tradizione cristiana chiama Paradiso.
Nella mia esperienza, il
primo passo (1) sulla strada dell’Illuminazione è un profondo senso
di malessere che può nascere da cause molteplici come l’amore,
il lavoro, la famiglia, la salute. Lo stato di malessere che condusse Gautama
Siddarta a diventare Buddha (illuminato) per esempio, nacque dalla scoperta
dell’esistenza della malattia, della vecchiaia e della morte, esperienze
a lui scrupolosamente celate dai membri della sua corte; per Leopardi fu la
presa di coscienza del suo difetto fisico; per Gurdjieff fu l’insaziabile
desiderio di conoscenza che lo costrinse a viaggiare ovunque.
Questo malessere genera
tensione, il secondo passo (2): ci si sente in conflitto con se stessi e con
il mondo. Questo passo nel Leopardi è ben delineato.
Il terzo passo (3) avviene
quando lo stato di tensione cresce e raggiunge il punto di ebollizione: allora
accade il miracolo, il quarto passo (4), l’accettazione di Sé,
la resa. A questo segue il quinto passo (5), la deposizione delle armi e il
sesto (6), lo svuotamento interiore. L’immondizia interiore accumulata
per anni vanisce e si avverte per la prima volta il Sé, il settimo passo
(7), quel “se stesso” che non aveva mai avuto la possibilità
di fare capolino nell’area della coscienza attiva.
A questo punto la propria
vita è cambiata radicalmente. Niente è più visto o avvertito
come prima. La mente viene assorbita dalle domande: “Chi sono?”,
“Perché esisto?”, l’ottavo passo (8), e si tende sposmodicamente
nel tentativo di rispondere. Se il desiderio di conoscere le risposte raggiunge
l’intensità necessaria, il nono passo (9), la mente si ferma per
un breve istante e accade il Satori, il decimo passo (10), stato in cui si ha
un assaggio dell’Illuminazione; è un breve periodo di “non
mente” in cui si esperisce la vera natura dell’essere umano.
Quando lo stato del Satori
cessa, si prova un terrore esistenziale inenarrabile; sappiamo d’aver
camminato sull’orlo di un abisso. In questo undicesimo passo (11), per
un lasso di tempo lo stato di “non-mente” ci ha reso possibile vedere
e comprendere l’illusorietà della vita, (ciò che indù
chiamano maya, il velo che ricopre la realtà). Poi, col ritorno della
mente, torna la normale percezione delle cose.
Se la mente scompare definitivamente
per lasciare l’intero palcoscenico della vita all’Essere, si entra
nel Samadhi, quello stato che i buddisti chiamano Nirvana, o Illuminazione (12).
Osho, il grande Maestro spirituale, insegna che Gautama Siddartha, dopo anni
di rigidissima ascesi e stenua pratica yoga, deluso dai risultati ottenuti abbandonò
ogni sforzo. Per contrapposizione questo produsse nel suo essere un profondo
stato di rilassatezza dal quale nacque il miracolo: la sua mente cessò.
Solo allora il Satori sfociò nel Samadhi e Gautama Siddartha diventò
il Buddha. La differenza fra i due stati risiede nella temporaneità o
permanenza dello stato di non-mente.
Il Satori è l’esatta
conoscenza di ciò che “non si é”, e genera il silenzioso
distacco dagli affari del mondo quotidiano (13), di quel mondo oggettivo che
tutti sperimentiamo in comune; questo distacco diventa una piattaforma di lancio
interiore da cui proseguire per la conoscenza di “ciò che è”.
L’impatto con questa
realtà sviluppa la percezione di ciò che “si é”,
e nasce il desiderio di comunicare il nuovo stato in cui si “è”
(14).
L’esperienza che
si desidera comunicare non è supportata dall’attività mentale,
quindi le tecniche normalmente usate per comunicare sono inefficaci. I Maestri
spirituali di tutte le epoche si sono confrontati con l’impossibilità
di convogliare con le parole la portata della trasformazione esperita. La percezione
di questa impossibilità spinge a sviluppare nuove strategie divulgative
(15).
Per maggiore chiarezza
elenco i passi a me noti che conducono al Samadhi:
1) Malessere esistenziale
2) Rifiuto del malessere
esistenziale e conseguente dramma interiore
3) Apice del dramma interiore
4) Piena accettazione del
malessere esistenziale
5) Deposizione delle armi
usate per combatterlo
6) Svuotamento interiore
7) Prima conoscenza di
Sé
8) Affiorano le domande
“Chi sono io?”, “Perché esisto?” e il desiderio
di trovare le risposte
9) Aumenta l’intensità
del desiderio
10) Satori
11) Terrore esistenziale
per la presa di coscienza della falsità della vita ordinaria
12) Nuova consapevolezza
di Sé
13) Silenzio e ritiro dal
mondo
14) Desiderio di comunicare
l’esperienza
15) Sviluppo di strategie
divulgative
Confrontai questa sequenza
col testo de L’Infinito e cominciai a incorniciare le prime parole:
Sempre caro mi fu quest’ermo
colle (1)
Uno stato abitudinario.
Il poeta descrive il suo stato di malessere: la solitudine.
e questa siepe (2)
La barriera che impedisce
la corretta visione di Sé, cosa che il Leopardi tentava costantemente.
che da tanta parte dell’ultimo
orizzonte il
guardo esclude
Spazio delimitato, ben
definito, un percorso interiore preciso per giungere al Sé libero da
malesseri, una nuova piattaforma di lancio da cui proseguire verso l’ignoto.
ma sedendo e mirando (9)
La pratica della meditazione.
interminati spazi al di
là da quella
e sovrumani silenzi
e profondissima quiete
(10)
Il poeta descrive un’esperienza
intraducibile, come se l’intelligibile fosse inadeguato a esperirla e
la mente, con tutte le sue astuzie, inibita nel trattenerne la memoria.
io nel pensier mi fingo
(11)
È la strategia usata
da coloro che sperimentano il Satori per convivere con il nuovo stato di consapevolezza
di se stessi; una specie di accettazione passiva delle regole che governano
l’essere umano nella socialità, per garantirsi un equilibrio psicologico
che altrimenti non avrebbe corso, a causa del terrore esistenziale ove per poco
il cor non si spaura. (11)
E come il vento odo stormir
fra queste piante
È la nuova consapevolezza
di se stesso, un Leopardi completamente rinnovato, pronto a proseguire verso
l’ignoto.
io quello infinito silenzio
a questa voce vo comparando
Si avvicina la caduta del
concetto di dualità, di separazione, di distacco: io e gli altri, io
e il mondo, io e tutte le cose.
e mi sovvien l’eterno
La fusione totale dell’essere,
essere per essenze senza testimonianza alcuna.
e le morte stagioni
Dopo il concetto di spazio
descrive il concetto di tempo: dall’eterno, dalle vite passate, alla vita
presente, il “qui e ora” l’attimo fuggente imprendibile, la
porta verso l’infinito.
e la presente e viva il
suon di lei
L’onda costante del
cambio di coscienza, dal Satori all’accettazione passiva dell’essere,
cristallizza nel poeta una situazione interiore particolare, un rifugio dove
attendere un altro volo solitario, dove tenere a bada i propri pensieri in fila
e ben allineati.
così fra questa
immensità s’annega il pensier mio
Qui è rilevante
che Leopardi scrive “annega “, quindi il suo pensiero, la sua mente,
muore, rimane esclusa da quell’immensità, benché poco dopo
aggiunga:
e il naufragar m’è
dolce in questo mare.
E lascia intendere che
solo il naufrago può godere di quella immensità,perché
non porta con sé una mente passiva, come naufragare da se stessi.
L’Infinito segue
i punti elencati in precedenza non cronologicamente ma in linea generale, come
accade nella Divina Commedia di Dante Alighieri.
Nel mezzo del cammin di
nostra vita
Dante scrisse la Divina
Commedia a 35 anni, notoriamente un’età di crisi
mi ritrovai per una selva
oscura,
Esperienza del Satori (10)
chè la dritta via
era smarrita
Stato di malessere (1).
Ahi quanto a dir qual
era è cosa dura
Il Satori è un’esperienza
non traducibile, non descrivibile
esta selva selvaggia e
aspra e forte che nel pensier rinova la paura!
“…io nel pensier
mi fingo” di Leopardi.
Tant’è amara
che poco è più morte;
Terrore esistenziale (11).
ma per trattar del ben
ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre
cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’i
v’intrai,
tant’era pien di
sonno a quel punto
Lo stato meditativo. “…ma
sedendo e mirando” di Leopardi.
che la verace via abbandonai.
Stato di malessere (1).
L’Infinito racchiude
in sé i primi dodici passaggi della sequenza. Alcuni, come il nono, il
desiderio di conoscenza, non sono elaborati, cosa che accade invece nel Canto
notturno di un pastore errante dell’Asia. Qui Leopardi si pone tredici
interrogativi esistenziali che scaturiscono dalla nuova visione delle cose in
seguito all’esperienza della prima conoscenza di Sé (7): un’osservazione
libera da zavorra psicologica creata dallo stato di malessere (1).
Il desiderio di conoscenza
è una fase preparatoria in cui concorrono tutti gli elementi razionali
propri del ricercatore: la sua esperienza personale, il reiterato abbandono
all’angoscia del porsi in essere, “…è funesto a chi
nasce il dì natale”; nel Poeta prende forma una nuova coscienza
di Sé, la separazione evidente da tutte le cose, il ragionare derivato
dal sentirsi separato dal mondo e fattori causanti, il primo dubbio su cui speculare
con pensieri nuovi, concentrando l’attenzione su se stesso e non su elementi
comparativi “O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il
mio pensiero”.
1 Che fai tu, luna, in
ciel?
2 Dimmi che fai, silenziosa
luna?
3 Ancor non sei paga di
riandar i sempiterni calli?
4 Ancor non prendi a schivo,
ancor sei vaga di mirar queste valli?
5 Dimmi, o luna: a che
vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi?
6 Dimmi: ove tende questo
vagar mio breve, il tuo corso immortale?
7 Ma perché dare
al sole, perché reggere in vita chi poi di quella
consolar convenga?
8 Se la vita è
sventura perché da noi si dura?
9 Quando miro in ciel
arder le stelle; dico fra me pensando:
a che tante facelle?
10 Che fa l’aria
infinita, e quel profondo infinito seren?
11 Che vuol dire questa
solitudine immensa?
12 Ed io chi sono?
13 Perché giacendo
a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio
in riposo, il tedio assale?
L’undicesima fase
della sequenza racchiude in sé due fasi consequenziali: la presa di coscienza
della vacuità della vita ordinaria e il terrore esistenziale che ne consegue.
Come primo impatto l’esperienza del Satori suscita un terrore esistenziale
ingestibile e relega il soggetto che lo esperisce in un isolamento quasi forzato,
un’uscita di scena dalle quotidiane recite a cui risulta impossibile partecipare,
un abdicare dell’intelletto dalle finzioni mondane a cui segue il lento
sviluppo di una sorta di anticorpo mentale che stabilirà le nuove basi
psicologiche: “...io nel pensier mi fingo”.
Solo in seguito cominciano
i tentativi di divulgazione dell’esperienza avuta. E dico tentativi intenzionalmente,
in quanto comunicare quell’esperienza tramite i canali governati dall’intelletto
è praticamente impossibile: durante il Satori i meccanismi cerebrali
e i processi intellettivi – basi naturali per una traduzione in parole
delle esperienze – risultano inadeguati alla decodificazione dell’evento.
Durante il Satori la mente è assente; si può quindi solo tentare
di descrivere il ricordo di ciò che si è esperito.
Per circa sei anni l’attività
letteraria di Leopardi s’arresta. La fine di questa fase si può
collocare nel 1830, quando ritornò a Firenze dopo l’ultimo soggiorno
recanatese e scrisse Il pensiero dominante, una canzone libera con rime al mezzo,
dove tratta del suo nuovo stato di coscienza.
Dolcissimo, possente dominator
È qui evidente il
cambiamento di personalità del poeta che riconosce come dolcissimo e
possente il
nuovo stato esistenziale
causato dal Satori.
di mia profonda mente,
la pura consapevolezza
di sé,
ma caro dono del ciel;
consorte ai lugubri miei
giorni,
pensier che innanzi a
me sì spesso torni ,
é la prima volta
che il Leopardi affianca a quello stato consueto di malessere (1) lugubri miei
giorni una controparte decisamente positiva e favorevole caro dono del ciel,
la situazione interiore scatenante l’esperienza del Satori più
volte esperito dal poeta.
di tua natura arcana chi
non favella?
Il suo poter fra noi chi
non sentì?
Pur sempre che in dir gli effetti suoi
le umane lingue il sentir
proprio sprona,
par novo ad ascoltar ciò
ch’ei ragiona
Qui il punto (14) è
evidente: la comunicazione dell’esperienza “chi non favella? “,
“chi non sentì?”,
dir gli effetti suoi
e tutte le problematiche
inerenti alla divulgazione di un pensiero particolare
par novo ad ascoltar ciò
ch’ei ragiona
Poi descrive il suo stato
mentale passato e lo paragona a quello presente,
come solinga è
fatta la mente mia d’allora
intende il punto (1) lo
stato di malessere, in cui il soggetto è il centro passivo dell’esperienza,
inconsapevole del proprio esistere,
che tu quivi prendesti
a far dimora
il passaggio alla consapevolezza
del proprio esistere, il superamento dell’esperienza concettuale dell’esistenza,
per sua natura inconsistente e statico, privo di slancio evolutivo.
Voglio a questo punto precisare
la differenza fra la consapevolezza di sé e l’essere: se io chiedessi
a qualsiasi individuo se è consapevole del proprio essere, la risposta
sarebbe: “Ovviamente io sono; respiro, penso, esercito il libero arbitrio,
vedo con gli occhi, sento con le orecchie, gusto col palato, tocco con le mani
e sento il mio corpo fatto di materia: insomma, è ovvio che io esisto.”
Questa è una coscienza di sé periferica, ma è tutto ciò
che possediamo di noi stessi: la dualità che vede “io sono”
contrapposto a tutto quanto il resto.
La consapevolezza invece,
è una forma di certezza esistenziale che deriva dall’esperienza
totale e diretta del proprio Sé proveniente da una fonte unica, non divisa.
Colui che “è consapevole “non si sente separato dall’esperienza
che esperisce ma sa di essere il centro da cui sorge il mondo che sperimenta,
sa di esserne il creatore e il creato allo stesso tempo.
Ratto d’intorno
intorno al par del lampo
gli altri pensieri miei
tutti si dileguar,
come se non vi fosse scampo
alcuno per i pensieri più tenaci, per quelli che sorreggono i nostri
ideali per cui siamo disposti al sacrificio, il Leopardi dice tutti, nessuno
escluso; il rinnovamento è totale e comporta una scomoda convivenza con
l’andamento lento del mondo delle relazioni e dei rapporti.
Che divenute son, fuor
di te solo, tutte l’opre terrene,
tutta l’intera vita
al guardo mio!
Che intollerabil noia
gli ozi, i commerci usati,
e di vano piacer la vana
spene, allato a quella gioia,
gioia celeste che da te
mi viene!
Pian piano s’insinua
la disillusione per le stupidità umane, condizione generata dal Satori
che accade di frequente, e di durata più o meno di breve. “
Come da nudi sassi dello
scabro appennino
a un campo verde che lontan
sorrida
volge gli occhi bramoso
il pellegrino;
tal io dal secco ed aspro
mondano conversar
vogliosamente, quasi in
lieto giardino, a te ritorno,
e ristora i miei sensi
il tuo soggiorno.
Inizia qui una descrizione
velata dalla disillusione: scabro appennino, secco ed aspro mondano conversar,
che si accentuerà più avanti.
Sempre i codardi, e l’alme
ingenerose, abbiette ebbi in dispregio.
Or punge ogni atto indegno
subito i sensi miei;
move l’alma ogni
esempio dell’umana viltà subito a sdegno.
Il grande cambiamento interiore
è evidenziato in questo passaggio:
Giammai d’allor che
in pria questa vita che sia per prova intesi,
timor di morte non mi
strinse il petto
dove afferma la nuova visione
dell’approccio alla vita per esperienza diretta, per prova intesi, il
timore e il desiderio della morte che per lungo tempo accompagnò il poeta,
svanisce per l’effetto della comprensione diretta: intesi.
Tralascio alcune righe
dove il Leopardi ribadisce concetti già esposti e concentro l’attenzione
in un passaggio dove sono spiegati alcuni rapporti che possono essere fraintesi.
Pregio non ha, non ha
ragion la vita se non per lui
Lo scopo della vita non
è più la ricerca della felicità o la devozione a un ente
supremo, ma la prova diretta del Satori, da cui stabilire una piattaforma di
lancio per proseguire, lottando con se stessi, l’unico vero nemico, verso
il Samadhi, la fusione totale.
Per lui ch’all’uomo
è tutto,
Qui rinforza la sentenza
per poi passare al destino discolpandolo di averci posto a tanto patir Sola
discolpa al fato, che noi mortali in terra pose
a tanto patir senz’altro
frutto
È da notare che
il fato qui non rappresenta l’ente creatore dell’uomo, ma il sentiero,
il malessere individuale (1) che partecipa a tutte le nostre vicende intellettuali,
e continua:
Solo per cui talvolta,
non alla gente stolta,
al cor non vile la vita
della morte è più gentile.
Qui una pausa di riflessione
è d’obbligo per capire il significato esatto de la vita della morte.
In forme avanzate di allocoscienza, alcuni termini hanno un significato opposto,
per esempio, vita intesa come i rapporti fra le persone, significa morte, perché
non è supportata dalla consapevolezza dell’essere e morte, intesa
come cessazione della vita fisica, significa vita, perché la sua esperienza
implica una visione allargata del Sé, omnicomprensiva e risolutiva. Occorre
riferirsi al terzo passo (3), “Apice del dramma interiore”, per
comprendere il significato di gente stolta, ovvero coloro carichi di zavorra
accumulata durante il tentativo di contrastare il destino sfavorevole, contrapposti
al cor non vile,coloro che hanno un archivio emozionale vuoto. Basti considerare
che anche Gesù indicò nei bambini i depositari del Regno dei Cieli,
essendo ancora vergini alla distorta visione della vita, i soli a cui la vita
della morte è più gentile.
Il Leopardi continua a
sviluppare il passo dello,”Svuotamento interiore” (6) nella poesia
A se stesso, dove tutto sembra essere un necrologio, una serie continua di cessazioni
interiori a cui era avezzo:
Or poserai per sempre,
stanco mio cor,
Perì l’inganno
estremo, ch’eterno io mi credei.
Perì. Il desiderio
è spento. Posa per sempre
Sembra il momento culminate,
l’attimo che precede la nuova consapevolezza di sé, il passaggio
(7), “Prima conoscenza di Sé”, e si lascia andare l’ultima
volta, come un addio definitivo al turbolento mondo interiore che sta evaporando
ai suoi piedi.
T’acqueta omai.
Dispera l’ultima volta
E nasce la corretta visione
della vacuità della vita concettuale
…e l’infinita
vanità del tutto.
Questo componimento segna
un passaggio evolutivo che il poeta sottolinea eliminando ogni immagine idillica,
aumentando la forza delle pause, creando una tensione che nutre l’inevitabile
passaggio evolutivo
Già nel Dolce Stil
Novo alcuni poeti usavano delle parafrasi come espediente per proteggere lo
scambio epistolare; usavano dei simboli aventi un doppio significato, caratteristica
necessaria per relegare l’informazione a una precisa cerchia di fruitori.
Uno di questi simboli è la “donna”, tanto decantata dal Maestro
spirituale Guido Cavalcanti e dai suoi discepoli fra cui Dante Alighieri, Lapo,
Guinizelli, Cecco d’Ascoli etc.
Leopardi usa lo stesso
espediente nella canzone Alla sua donna, dedicandole un inno di rara bellezza
…questo d’ignoto amante inno ricevi.
Cara beltà,
si rivolge al Satori e
precisamente al ricordo di esso,
che amore lunge m’ispiri
è importante lunge,
lontano, uno spazio indefinito, incalcolabile, introvabile se non tramite una
ispirazione intensa, m’ispiri, generata dall’intensità del
desiderio di elevarsi oltre l’intelligibile,
…o nascondendo il
viso
luogo dove l’inintelligibile
dimora, nascosto al buon senso e alla ragione,
fuor se nel sonno
eccetto nel sonno, quando
i due stati si mescolano e si separano costantemente; dove è possibile
applicare le regole della veglia nel regno del sogno,
il core ombra diva mi
scuoti
perché la ragione
e il fine, due elementi cari al poeta, solo nello stato di veglia possono operare,
lottando contro gli effetti del passaggio (11), la presa di coscienza della
falsità della vita, che reca scuotimento al cuore, il core mi scuoti,
passione generata solitamente nel poeta dal suo innato senso investigativo,
strumento intellettuale, ragionativo, e dalla magia della poesia naturale che
percepiva al guardo di piagge apriche,
o ne’ campi ove splenda
più vago il giorno e di natura il riso.
Poi caratterizza il Satori,
evidenziandone alcuni aspetti strategici:
forse tu l’innocente
secol beasti che dall’oro ha nome,
or leve intra la gente
anima voli?
È un aspetto straordinario
del Satori, qui inteso come “retta conoscenza”, “esatta visione”;
è proprio la sua semplicità esistenziale, l’offerta gratuita
di sé, la disponibilità evidente e costante, il suo “essere”
ovunque e sempre lo rende invisibile all’uomo distratto…
o te la sorte avara ch’a
noi t’asconde, agli avvenir prepara?
or leve intra la gente
anima voli?
…all’uomo costantemente
versato nel malessere esistenziale ( 1 ).
Segue una dolente riflessione
causata dall’impossibilità di perdurare in quello stato di grazia:
Viva mirarti omai nulla
spene m’avanza,
allor non fosse, allor
che ignudo e solo per novo calle a peregrina stanza verrà lo spirto mio.
non ho alcuna speranza
di rifondermi ancora, ma se così non fosse, scevro da zavorra (6) per
il nuovo sentiero che porta all’ignoto, verrà il mio spirito.
La “consapevolezza
di sé “è uno stato fluttuante che dura un periodo variabile
a seconda dell’intensità esistenziale del soggetto; il Leopardi
ne descrive la durata, lasciando intendere la costanza dell’evento:
Gia sul novello aprir di
mia giornata incerta e bruna, te viatrice in questo arido suolo io mi pensai
e segue caratterizzando:
Ma non è cosa in
terra che ti somigli;
e s’anco pari alcuna
ti fosse al volto, agli atti, alla favella, saria, così conforme, assai
men bella.
E prosegue con delle considerazioni
su come il destino possa condizionare le sorti dell’uomo; qui occorre
fare una riflessione.
Il Satori, il primo gradino
della reale scala evolutiva, è una conquista, un premio sudato e guadagnato;
è un tirocinio facoltativo, scelto solo da una cerchia ristrettissima
di persone.
In Oriente si crede che
questa scelta è stata fatta in una vita precedente (i desideri ci seguono
nel corso delle varie vite), di conseguenza, il destino dipende dal soggetto
e non viceversa.
Fra cotanto dolore quanto
all’umana età propose il fato
il dolore per ciò
che non si ottiene in vita,
se vera e quale il mio
pensier ti pinge, alcun t’amasse in terra,
a lui pur fora questo
viver beato,
sarebbe beata la vita a
colui che ti amasse, e ti vedesse come io ti vedo,
e ben chiaro vegg’io
,
questa affermazione è
importante perché rafforzata da “ben”, quindi non intende
solo una chiara visione ordinaria, ma un progetto a lunga scadenza, che a prima
vista può apparire in contraddizione con la condotta impeccabile di un
uomo straordinario,
siccome ancora seguir
loda e virtù,
la brama di gloria tanto
inseguita dal poeta in età giovanile; ma la gloria apre la porta magica
della facile comunicazione (15) “Strategie divulgative”, e la possibilità
di diffondere le proprie idee,
quanto all’umana
età
a largo raggio, e segue:
qual ne’ prim’anni
l’amor tuo mi farebbe,
a conferma del progetto
che ora versa in una situazione di stallo,
ed io seggo e mi lagno
del giovanil errore che m’abbandona,
la brama giovanile di gloria,
qui considerata come riprovevole, arreca sconforto al poeta perché contrasta
con la “nuova visione di Sé”, e nasce un conflitto fra la
necessità di ottenerla per usarla come strumento divulgativo, e il desiderio
di fuggirla per la vanità che la gloria arreca
e per li poggi, ov’io
rimembro e piango i perduti desiri,
e la perduta speme de’
giorni miei;
di te pensando, a palpitar
mi sveglio.
Facendo un piccolo passo
indietro, e riprendendo un verso, prima omesso, che ora torna utile per chiudere
il concetto:
Or non aggiunse il ciel
nullo conforto ai nostri affanni;
e teco la mortal vita saria
simile a quella che nel cielo india
la risoluzione del conflitto
avviene per la presa di coscienza che “la nuova visione di Sé,
il ciel, non può consolare, ma solo mettere alla prova, testare, e il
beneficio finale, condiviso con l’umana età, ossia tutta l’umanità,
avrebbe ripagato lo sconforto causato dalla scelta;
E potess’io, nel
secol tetro e in questo aer nefando, l’alta specie serbar
segue un giudizio spietato
per i suoi contemporanei, nel secol tetro e in questo aer nefando, considerati
indegni d’appartenere all’alta specie, e immagina poi un’umanità
perfetta, e di questa immagine si appaga
che dell’imago,
poi che del ver m’è tolto,
perché non sarà
mai possibile,
assai m’appago.
Conclude inserendo il Satori,
“la chiara visione di Sé”, fra le idee eterne, che non hanno
forma e corpo:
Se dell’eterne idee
l’una sei tu,
cui di sensibil forma sdegni
l’eterno senno esser vestita,
quindi invisibile alla
ragione, eterno senno, e segue con una immagine simile alla precedente:
e fra caduche spoglie provar
gli affanni di funerea vita,
poi dalla terra al cielo:
o s’altra terra ne’
superni giri fra’ mondi innumerabili t’accoglie
e più vaga del Sol
prossima stella t’irraggia, e più benigno etere spiri,
poi dal cielo alla terra,
concludendo in mirabile forma:
di qua dove son gli anni
infausti e brevi,
questo d’ignoto
amante inno ricevi.
Un abbozzo di poesia, collegato
all’Elegia I, potrebbe essere la sintesi del mondo interiore leopardiano
che si affida alla figura della mia donna, immagine che rappresenta il Satori
perché ben si presta a mascherare i concetti in ombra ed evidenziare
il senso comune a cui attribuisce peso poetico.
Io giuro al ciel che rivedrò
la mia donna lontana
ond’il mio cor non
tace ancor posando e palpitar desia.
Giuro che perderò
questa mia pace un’altra volta poi ch’il pianger solo per lei tuttora
e ‘l sospirar mi piace.
Ho accennato in precedenza
che considero il Leopardi il naturale continuatore del pensiero dantesco e voglio
chiarire questa affermazione.
Durante il Dolce Stil Novo
si erano formate varie sette facenti capo ad altrettanti Maestri spirituali;
erano tutte collegate fra loro e comunicavano utilizzando un codice comune formato
da parole col doppio significato, per esempio “Madonna” era la sapienza,
“Amore” era la setta, “Donna” era l’adepto e così
via. La meta da conquistare era la santa Sapienza (conoscenza), restituita alla
sua integrità dalla redenzione di Cristo e affidata come Rivelazione
alla Chiesa primitiva.
Dante fece parte del gruppo
di Guido Cavalcanti ma in seguito abbandonò la setta perché demotivato,
e dopo aver egli stesso esperito il Satori, sviluppò un sistema divulgativo
consacrandosi alla gloria imperitura; è un Dante che parla a nome e per
conto proprio, ed è per questo che vedo il Leopardi come suo naturale
continuatore avendo in comune sia l’oggetto descritto, il Satori, che
il codice per mistificarlo.
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